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MANTENIMENTO E ROTTURA DI UN LEGAME AFFETTIVO
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MANTENIMENTO E ROTTURA DI UN LEGAME AFFETTIVO

by andrea.carta10 Agosto 2018
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L’amore è l’unico modo per cogliere un altro essere umano nel nucleo più intimo della sua personalità” (Frankl, 2012). La ricerca di un senso e di un significato della vita, deve transitare, necessariamente, nel coinvolgimento relazionale e sentimentale. Nella vita di coppia, cosi come nel dolore legato alla dissoluzione della stessa, spesso motivato dal crollo dei progetti comuni e di obiettivi futuri co-condivisi, si sperimenta una sensazione che rimanda alla nostra traiettoria nel mondo quotidiano. Non a caso E. Lukas (1988), con grande precisione, fa notare come prendersi cura, amare qualcuno, significhi dare un senso alla propria esistenza, riempiendola di coscienza e condividendo con il proprio partner la gioia di un percorso costruito a quattro mani. “lo faccio per te”, “mi prendo cura di te”, frasi ricorrenti in amore, che hanno una ben delineata finalità e una direzione: l’importanza dell’altro. Si deve sottolineare, quindi, come esistano due dimensioni-motivazioni distinte dello “stare nella coppia”: quella del significato e quella della responsabilità. Se io ho responsabilità nei confronti del partner, devo considerare il suo punto di vista, devo cercare di attualizzare concretamente, apertamente, senza egoismo il progetto che entrambi abbiamo pensato, devo lanciare lo sguardo verso il futuro. Questo implica lealtà, forse primo motore motivazionale, che rende onore al perché della mia scelta.

Responsabilità significa, soprattutto, avere ben in mente che ogni azione è direttamente attribuibile a me, al mio modo di comportarmi, al mio modo di evitare le sofferenze o di destabilizzare la coppia. “A un uomo si può togliere tutto, eccetto una cosa, l’ultima sua libertà: scegliere il proprio atteggiamento in qualunque circostanza, scegliere il proprio modo di comportarsi” diceva Frankl (2010), rimarcando come il punto principale per comprendere la crisi, stia nel sottrarsi alla capacità di scelta, alla mancanza di forza per compiere azioni distoniche rispetto all’omeostasi. Concetto, quello omeostatico, che va qui criticato: le ricerche dimostrano, infatti, che è proprio il cambiamento, il mutare la responsabilità, il ricercare un significato sempre attuale, a produrre interesse per la vita sentimentale; viceversa una vita di coppia basata sul cinico “basto a me stesso” porta all’inevitabile perdita di senso, di “cosa ci rende una coppia”, dell’importantissima progettazione futura. Proprio su questo aspetto si concentrano le attenzioni, quando la diade crolla. Con i pazienti si assiste spesso ad un’incapacità cronica di dare una minima forma al futuro sentimentale, se non le classiche affermazioni “spero che cambi, per essere più simile a me”, “si torna insieme, ma alle mie condizioni”, “sono certo cambierà perché lo fa per me”, “non importano i miei bisogni, va bene cosi”. Una sorta di narrazioni di comodo, in cui il paziente si rifugia per non arrivare alla domanda “che senso ha ancora stare insieme?”. Questa utopia, che può talvolta rassicurare uno dei due partner di averle tentate tutte, in realtà nasconde ben più incognite che risorse. Manca di prospettiva, si concentra sul problema e non sulle risorse personali, sulla colpa dell’altro e non sulla mia responsabilità, sul perché soffro e non sul cosa voglio. Dà l’impressione di aver generato un falso significato, un senso a corto raggio, più basato sull’egoismo che sul “dare una seconda possibilità”, destinato a cadere al primo temporale. Prospettiva che non apre nemmeno al dolore, nell’accezione data da Natoli (2008): “Il dolore apre un’interrogazione sul senso perché stravolge l’ordinario. Un’interrogazione cui non c’è risposta, ma che deangola le usuali prospettive d’esistenza: un domandare capace di dischiudere orizzonti altrimenti mai immaginabili. E che rilancia su altri piani la vita”. Cioè, citando R. May (1971): “L’opposto dell’amore non è l’odio, è l’apatia”.

Questo rilancio su altri piani, parte dall’elaborazione del dolore, inteso come trasformazione “[…] in una conquista. In un’autentica prestazione” (Frankl, 2012). A tal proposito, dato per assunto che ogni esistenza ha un significato, bisogna passare, nel domandarsi come gestire la sofferenza, dal trovare un significato della relazione a un più concreto ed esistenziale significato nella relazione. Perché, così facendo, posso capire di aver scelto una persona con obiettivi diversi dai miei, di aver giocato male le mie carte relazionali, di aver spinto troppo sulla progettazione, non accorgendomi di percorrere, di fatto, la strada in solitudine. Posso rendermi contro che nella relazione ho conquistato aspetti e orizzonti emozionali che prima non conoscevo, che ho sofferto e che questo dolore diventa motivo di crescita altrimenti non sperimentabile. Posso rendermi conto di poter guardare in faccia l’altro, sapendo di aver sofferto per lui, per qualcosa che, dal mio punto di vista, aveva un valore eccezionale. Posso rendermi altrettanto conto che se io per primo non conosco il significato che voglio scoprire nella vita di coppia, difficilmente potrò essere compreso dal mio partner. Potrebbe, dunque, il tradimento, essere interpretato come l’estremo maldestro tentativo di ritrovare un senso, un significato, una traiettoria alla mia esistenza, ormai priva di direzione? Può trovare un posto nell’interpretare correttamente i miei bisogni?

E in ultimo, come sottolineato ancora una volta dalla Lukas (1988): “”[…] nessun destino, per quanto terribile, ha il potere di determinare il comportamento dell’uomo nei suoi confronti. Una cosa è certa: chi riesce ad assumere un atteggiamento positivo ed eroico anche di fronte a fattori del destino molto negativi ed opprimenti trova un grandissimo conforto nel fatto di non dovere, nonostante la propria situazione, perdere il rispetto di se stesso, anzi, di poter persino essere fiero di sopportare con dignità il dolore”. L’ultimo baluardo da cui iniziare la riscossa relazionale, con nuove e più potenti consapevolezze sui propri limiti e su ciò che ci aspettiamo dall’amore.

A questo proposito, è necessario vedere la relazione anche da altri punti di vista, infatti raccontare dei rapporti di coppia significa affrontare tematiche profonde legate all’ uomo, che per sua intrinseca natura tende incessantemente alla ricerca di relazioni e al suo ontogenetico bisogno di appartenenza. Le storie di coppia sono intrise di emozioni, di pensieri, di bisogni soddisfatti e da soddisfare; si reggono su equilibri unici, a volte incomprensibili, e si inseriscono all’ interno di storie familiari che lasciano nelle mani dei figli mandati da portare avanti, stili relazionali, modelli valoriali e comportamentali. Tutto ciò si intreccia e si incastra con la storia dell’altro, portatore spesso ignaro di un mondo di significati, di valori, di aspettative e di bisogni. Non è semplice incontrarsi, intrecciarsi, crescere e superare le sfide della vita, nella consapevolezza che l’altro è una risorsa, e non un vincolo, nella consapevolezza che noi siamo una risorsa, e non un vincolo.

Secondo il pensiero di Shaver e Hazan, che hanno adottato il modello bowlbiano per interpretare il rapporto di coppia, la funzione di base sicura offerta dai genitori influenza gli attaccamenti verso i pari in generale ed è, quindi, una componente fondamentale del rapporto amoroso, insieme all’attrazione sessuale, che favorisce la formazione del legame di attaccamento, e al comportamento di cura, che diventa l’indice più predittivo della durata della relazione. Il legame amoroso di coppia può essere considerato una relazione d’attaccamento, in quanto ne presenta le caratteristiche fondamentali: la ricerca della vicinanza, la protesta per la separazione e l’effetto base sicura. In questo caso, l’attaccamento è solitamente caratterizzato da una maggiore simmetria e reciprocità del rapporto. In una relazione amorosa tra adulti, infatti, entrambi i membri della coppia dovrebbero essere in grado di svolgere funzioni di attaccamento nei confronti del partner. Ciò che caratterizza questo legame è l’integrazione dell’attaccamento con i comportamenti sessuali e di accudimento. “Un rapporto che non offre conforto e sicurezza, ma è basato soltanto sulla attrazione sessuale, tende a configurarsi più come una relazione tra amanti. Allo stesso modo, anche l’espressione della sessualità genitale è indispensabile, in caso contrario il legame di coppia risulterebbe simile a quello tra parenti o tra amici” (Baldoni 2004). Nell’ ultimo secolo la concezione del matrimonio, e più in generale dello stare insieme è cambiata molto; da fatto sociale è diventata un fatto personale, da alleanza tra famiglie è diventata un patto di fiducia tra due individui, questo ha fatto sì che l’intimità intesa come scambio di pensieri, sentimenti e aspettative di ricevere comprensione e sostegno, abbia preso il sopravvento sull’ impegno. Secondo Cigoli la relazione di coppia, essendo altamente investita di aspettative può facilmente causare delusione e, non essendo più tenuta in piedi dal vincolo formale dell’impegno, è più spesso a rischio di rottura. L’ autore sostiene che la relazione coniugale si fonda su un patto di fiducia esplicitato dal rito del matrimonio i cui elementi fondamentali sono l’attrazione reciproca, la consensualità, la consapevolezza, l’impegno a rispettare il patto fiduciario e la delineazione di un fine. Questo costituisce il patto dichiarato, cioè la dichiarazione di impegno formulata in modo esplicito, che richiama l’importanza del vincolo matrimoniale inteso come promessa di fedeltà e obbligo reciproco. Può dirsi assunto con coscienza quando è realmente voluto ed interiorizzato, cioè quando i partner si dedicano al legame formulando un progetto di vita comune e impegnandosi a realizzarlo. Quando il progetto ha poca consistenza e le capacità di impegno e di investimento nella relazione coniugale sono deboli, allora siamo di fronte ad un patto fragile, che può facilmente decadere. Il matrimonio è sorretto anche da un patto segreto che rappresenta le motivazioni psicologiche e affettive sottostanti alla scelta reciproca. Ciò che attrae due individui è un misto di bisogni, desideri e paure che sono legati alla storia dei partner e ai loro modelli familiari. “L’aspetto inconsapevole della scelta è quindi ciò che ognuno sposa nell’altro, indipendentemente da quello che emerge in modo esplicito nella formula matrimoniale. “Il patto segreto può considerarsi riuscito quando i partner, incontrandosi, riescono a soddisfare bisogni affettivi reciproci e quando lo stesso patto può essere rilanciato e riformulato al mutare dei bisogni e delle aspettative lungo l’arco della vita. Si definisce impraticabile quel patto in cui i bisogni dei partner vengono sistematicamente disattesi, attaccando il legame in modo devastante, o anche quando i partner non sono in grado di rilanciare il patto nell’evoluzione dei bisogni reciproci, per cui anche se in passato c’è stato uno scambio profondo, adesso non riescono a darsi più niente”. (Cigoli) Ogni coppia ha il compito di far confluire patto segreto e patto dichiarato all’interno del proprio matrimonio, anche se, nella coppia “moderna” sono enfatizzati gli aspetti affettivi e di intesa sessuale a scapito di quelli di vincolo e di impegno nella relazione.

Come sostiene Cigoli, affinché la relazione si sviluppi occorre che ciascun membro della coppia sappia prendersi cura dell’altro e sappia “uscire da una prospettiva autoreferenziale”, inoltre la coppia può essere considerata tale solo se si pone un obiettivo da raggiungere, un progetto significativo che dà senso alla relazione stessa “intesa come profonda condivisione e non come mera vicinanza fra due individui che portano avanti ciascuno la propria vita” (Cigoli). Un altro elemento fondamentale riguardante l’identità della coppia, risiede nella differenziazione dalle famiglie d’origine e nella ridefinizione di questo legame. La coppia è chiamata inoltre “a rilanciare e riformulare nel tempo il proprio patto coniugale” – “compito permanente” di ogni transizione – in quanto le tappe e i passaggi che si incontrano durante la vita familiare inducono la coppia a delineare obiettivi nuovi e ad assumersi nuovi impegni. In una concezione sistemica della coppia, emergono molteplici letture anche della crisi, che non si radicano in mancanze individuali, ma che possono spiegarsi alla luce delle più complesse relazioni in cui la coppia stessa è inserita e nelle non sempre semplici dinamiche di differenziazione dai legami genitoriali, e più in generale nello spesso gravoso compito di emancipazione dalle famiglie di origine. Come sostiene Ghezzi (2004), si possono individuare diversi motivi che creano una crisi della coppia, “una prima spiegazione della crisi si individua nella violazione del contratto di coppia. Tale contratto, spesso implicito, si regge su tacite aspettative di accudimento reciproco e di affiliazione, sul mutuo accordo di dare e ricevere; in questo modo la coppia con il trascorrere degli anni e a fronte dei cambiamenti della vita, è chiamata a ridefinire tale dinamica interna, permettendo a entrambi i partener di godere dei benefici legati a una visione duale del mondo”. L’autore individua inoltre una seconda ragione della crisi della coppia, che trova le sue spiegazioni nella uscita non risolta di uno o di ambedue i partner dalla famiglia di origine; in questo caso la fatica che riscontra la coppia è quella di considerarsi essa stessa famiglia, rimanendo imbrigliata in dinamiche che pongono i partener più nella posizione di figli, che come referenti di un nuovo nucleo; sono le stesse situazioni che non permettono di porre un confine chiaro e ben delineato con le famiglie di origine, pertanto gran parte degli investimenti emotivi si consuma in ciò a cui si è appartenuto, e non a quello a cui si appartiene attualmente . Un terzo motivo può essere individuato nelle scelte di crescita personale che uno dei due soggetti, introduce per una maturazione individuale. La coppia è l’unione di due individualità, per cui se è vero che il rapporto di coppia stesso introduce delle modifiche strutturali, emotive e cognitive, è necessario ricordare che la coppia non esaurisce i bisogni del singolo. Tali bisogni e aspettative sono mutabili nel tempo e possono modificarsi nei diversi passaggi evolutivi. Questi rinnovati bisogni possono porsi come potenziali elementi di crisi, almeno nella visione destabilizzata che l’altro ha del partener. Talmente innovativi da diventare insopportabili, inaccettabili, lesivi della visione originaria che i partner hanno gli uni degli altri. A queste tre motivazioni si devono sommare i forti stress, non sempre prevedibili, che possono sconvolgere la vita individuale, come malattie invalidanti, tracolli economici, perdita del lavoro ritenuta irrimediabile, catastrofi naturali, gravi perturbative del consolidato ordine familiare quale ad esempio la nascita di un bambino disabile. Tutto ciò può andare a destabilizzare fortemente anche le salde dinamiche di sostegno e accudimento di una coppia, inducendo crisi importanti che possono esitare nella rottura del legame. (Ghezzi 2004).

Si può pertanto affermare che esistono relazioni che se curate, possono ritornare a costituire quella sana base sicura, fonte di accoglimento, accudimento e comprensione, luoghi da cui poter uscire per esplorare il mondo, e luoghi in cui poter tornare per ritrovare quella calda sensazione di casa. Quando tale cura non produce gli effetti sperati, permanere in una coppia diventa una soluzione adattiva, ma al contempo limitante, che risolve la paura ancestrale di rimanere soli, ma che blocca il naturale evolversi delle persone. La fine di una relazione amorosa, può essere considerata in alcune situazioni come importante funzione della crescita e dell’evoluzione personale, anche se accompagnata al dolore e alla sofferenza per la perdita della persona amata. In altri casi la separazione di una coppia può essere vista come un poco evolutivo tentativo di nascondersi, dove le sofferenze individuali vengono spiegate in funzione del partner, sottraendosi pertanto ad una analisi personale, che potrebbe portare in luce fatiche, dinamiche e sofferenze proprie. Si è in questi casi tesi a pensare che l’altro costituisca il problema, rifuggendo dalla coppia, e correndo alla ricerca di una nuova relazione più appagante, senza aver investito nulla nel processo introspettivo e soprattutto senza aver compreso che ognuno gioca qualcosa di sé, contribuendo, a volte in modo non esplicito e palese, alla nascita nonché al mantenimento di dinamiche non evolutive che ingenerano profonda sofferenza. La ricerca di Morris (2015) mette in evidenza come alla fine di una relazione si possa creare un periodo di “postrelationship grief”, o “lutto postrelazionale”, caratterizzato da sofferenza fisica ed emotiva. Da questo studio emergono significative differenze di genere nell’affrontare tale periodo, le donne infatti tendono a risentire più negativamente della rottura, riportando livelli maggiori sia di dolore fisico, sia di dolore emotivo, nell’ immediato; gli uomini di contro, sembrano risentire meno della separazione a ridosso della rottura, ma mostrano più fatiche emotive e relazionali nel lungo periodo.

La separazione pertanto, si può configurare come un evento stressante a rischio di slatentizzare aspetti psicopatologici in soggetti, che prima della rottura erano tenuti in fase di compenso all’ interno della dinamica coniugale. La conseguenza è che tale modificazione relazionale conduca alla comparsa, in tutti i componenti della famiglia, di disagi psichici, già classificati nel novero dei disturbi psichiatrici come Disturbi dell’Adattamento (DSM-IV-TR, 2001), “che possono essere acuti o cronici, cioè transitori o prolungati, e caratterizzati da alterazioni della condotta, oppure umore depresso, ansia, o alterazione mista e che sono direttamente legati all’intensità dello stress, alla sua durata e alle difficoltà di riadattamento dopo la separazione”.

In conclusione si può affermare che nella vita relazionale di ogni persona è possibile sposarsi più volte, in un caso andiamo a cercare quello che ci completa a livello ideale, procediamo in una incessante ricerca di ciò che a seconda dei diversi momenti della vita ci serve di più, lasciamo rapporti nell’idea che sia proprio quella persona a creare dolore e sofferenza, senza cogliere in profondità il contributo silenzioso e quasi invisibile che ognuno mette nella relazione; o in un altro caso, possiamo scegliere di risposarci con quella stessa persona, perché siamo capaci di cogliere come il tempo modifichi tutto, persone comprese, e che sia pertanto indispensabile perdersi, per potersi veramente riconoscere nell’altro.

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Andrea Carta, nato a Como nel 1983, è psicologo e psicoterapeuta. Dopo la laurea magistrale in Psicologia Clinica (2007), ottiene la specializzazione in psicoterapia ipnotica (2012) e il dottorato di Ricerca in Criminologia (2015). 
È attualmente cultore della materia presso la Cattedra di Psicologia Clinica e Psicologia della Riabilitazione dell’Università Cattolica di Milano, Docente della European School of Economics (ESE), socio dell’AMISI (Associazione Medica Italiana per lo Studio della Ipnosi). 
Ricopre, inoltre, la carica di Direttore didattico presso la Scuola di Counseling Umanistico-Esistenziale E- Skill di Milano, quella di Vice Presidente dell’Associazione C.R.I.S.I. (Centro di Ricerca Intervento sullo Stress Interdisciplinare) di Erba (CO).
È direttore del settore Progettazione e Sviluppo di Rete Operativa – Bellinzona, dove è socio fondatore di RicercaStudio, società che si occupa della formazione in scienze umane nel CantonTicino.
 
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