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Terrorismo: psicologia e media
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Terrorismo: psicologia e media

by marino.damore10 Agosto 2018

Il fenomeno del terrorismo rappresenta un tema fondamentale nell’agenda giornalistico-mediatica. L’appeal informativo che riesce a esercitare su di essa gli conferisce ampio spazio all’interno delle tematiche trattate. Il terrorismo ha come principale obiettivo quello di suscitare nelle persone il terrore di ciò che è invisibile e imprevedibile, causando l’inibizione delle attività e la riduzione drastica dei comportamenti sociali. Rappresenta quindi una modalità molto efficace per condizionare e controllare il comportamento altrui attraverso suggestioni negative.

Da sempre la violenza e la paura, sia espresse con attentati sia minacciate dalla propaganda, sono usate come tecniche deterrenti, di pressione e imposizione di consenso sui popoli.

Dall’11 settembre 2001 nel mondo occidentale le immagini degli aerei che si schiantano contro le torri di New York, concepite come parte integrante dell’attentato da una sapiente regia, hanno provocato un cambiamento sostanziale nella routine di migliaia persone, così come le ultime minacce del terrorismo batteriologico stanno modificando alcuni abitudini come andare al cinema o al ristorante, prendere la metropolitana o aprire semplicemente la posta.

Gli atti di terrorismo coinvolgono emotivamente tutta la popolazione che ne è colpita, non solo quindi gli obiettivi tradizionali come politici e forze armate. Il terrorista ottiene con la barbara uccisione di civili innocenti – pochi o molti che siano – il condizionamento inibitorio e la diffusione di un panico cieco e irrazionale. Il coinvolgimento emozionale attiene alla poderosa stimolazione di ogni forma di paura che risiede nella personalità della vittima. Si amplifica infatti non solo il timore della morte, ma anche quello delle malattie, degli incidenti, delle cattive notizie e di molti altri aspetti secondo dinamiche sempre più irrazionali. Si esaspera in modo esponenziale l’intolleranza allo stress e alle frustrazioni. Aumentano la diffidenza e l’ostilità verso tutto ciò che è “altro”, sconosciuto ed estraneo. Persone che già avevano per motivi personali un precario equilibrio psicologico dopo l’11 settembre si sono ritrovate a non dormire, a non riuscire a stare da sole, a rifiutare luoghi affollati e a far uso massiccio di psicofarmaci. Tutti questi effetti non rappresentano altro che il pieno raggiungimento dell’obiettivo terroristico.

Fondamentali e funzionali alla causa sono i mass media. Per coinvolgere il maggior numero di persone il terrorismo usa i mezzi di comunicazione di massa con estrema maestria, rendendoli una necessaria e a volte inconsapevole cassa di risonanza per le proprie gesta. I giornali, la televisione e il Web costituiscono strumenti importanti che entrano a far parte integrante del kit del terrorista idealtipico.

Ogni terrorista cerca con cura il contatto con la stampa e le televisioni, accettando ogni richiesta di intervista con piacere. Per questo motivo, il governo degli USA ha chiesto ripetutamente ai network d’informazione come la CNN un intervento fortemente censorio sulle dichiarazioni di Osama Bin Laden e sui recenti proclami dell’Isis.

Il terrorismo è attualmente concepito come caratterizzato da una raffinata regia che ne amplifica gli effetti e perciò vuole agire sotto i riflettori. Non avrebbe avuto lo stesso effetto psicologico il sapere semplicemente che due aerei si erano abbattuti sulle Twin Towers. Apprenderlo dai giornali avrebbe avuto una scarsa risonanza emotiva, così come avviene – ed è terribile sottolinearlo – per i genocidi che ciclicamente si consumano in Africa. Il terrorista sa che nel mondo della comunicazione globale la televisione, il quotidiano e la rete conferiscono legittimità e veridicità a ciò che trasmettono. Vedere più volte gli aerei che esplodono contro le torri o le terribili decapitazioni del Califfato ne moltiplica il potenziale distruttivo, ma, al tempo stesso, amplifica il conseguente impatto psicologico sulla popolazione. Non è più solo informazione, ma dramma emotivo, privato e pubblico al tempo stesso: la concretizzazione di ogni paura e il cedimento di qualunque certezza, di ogni stabilità, di quell’equilibrio su cui si basa il vivere civile e democratico. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: il fascino del male. Quel tipo di appeal veicolato dai media e dalla contaminazione socio-culturale che spinge tanti giovani europei e americani a abbracciare la causa dell’Isis, a condividerne i valori e le battaglie, trasformando così uno scontro religioso e culturale in una drammatica guerra fratricida. In questo senso il compito della comunicazione diventa fondamentale, così come centrale il suo ruolo pedagogico. Il primo finalizzato a mostrare le miserie e la barbarie della guerra tout court Il secondo a neutralizzare un’arma potente nelle mani dei terroristi: quella stessa comunicazione utilizzata con la maestria degli addetti ai lavori e che ammanta di modernità uno scontro anacronistico.

marino.damore Autore
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