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Si fidi di me
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Si fidi di me

by Manuela_Mazzi19 Ottobre 2018

Racconto inedito di Manuela Mazzi (www.manuelamazzi.ch)

basato su un’esperienza reale

  

Si fidi di me!

– Niente da fare. Dalla radiografia non si vede abbastanza bene. Quello che risulta chiaro è solo che ha digrignato troppo i denti. Per come li ha ridotti, presumo che non lo faccia solo di notte ma anche di giorno; avrà qualche stress emotivo, stati d’ansia… ma non è il mio campo. (Sorride). Ad ogni modo, speravo di vedere meglio lo snodo della mandibola: vede qui? È di certo consumato, ma non capisco se sia già andato in necrosi questo pezzetto della testa del condilo…

Il chirurgo facciale indica un’ombra indistinguibile su una lastra azzurrognola retroilluminata.

– Quindi?

– Dobbiamo accertarcene con una risonanza magnetica.

– Oh!

– Oh?

– Be’, sì: sono claustrofobica.

– Ah, ma questo non è un problema. Ci mancherebbe: la mando a Mendrisio. Hanno una RM aperta!, è l’unica di tutto il Cantone, sa? È stata studiata apposta per permettere ai claustrofobici di fare questo tipo di esami.

– Ne è sicuro? Perché io…

– Ne ho già mandati tanti, di pazienti come lei: andrà tutto benissimo. Si fidi. Si ricordi semmai di dirlo a qualcuno quando si presenterà presso l’Ospedale Beata Vergine.

– A qualcuno?

– No, be’, suvvia: intendevo dire, al medico che si prenderà cura di lei. Ora la signorina le fa il certificato da portare con sé.

– Allora, io mi fido, eh?

– Vada, vada a cuor leggero.

 

Vado. Ma prima di uscire dallo studio mi fermo in segreteria. La signorina fa una telefonata per prendermi l’appuntamento. Mentre attende lo squillo, provo a farmi sentire pur parlando sottovoce:

– Signorina? Scusi… potrebbe già dire a qualcuno che sono claustrofobica? (La signorina non mi guarda, ma io insisto). – Così magari si preparano… sa, com’è?, magari hanno bisogno di più tempo. Signorina? (La signorina continua a far finta di non sentirmi, ma ci provo ancora). – La prego… è importante… Signorina?

La signorina annuncia al telefono il nome dello studio e aggiunge che è per un appuntamento e poco altro, ma non la cosa più importante. Prima ancora di appendere, mi passa un foglio azzurro compilato a puntino e mi indica con il culo della matita dove ha scritto giorno e orario. Prendo il foglio, lo piego lentamente e origlio. Mi nota, mette una mano sulla cornetta e poi mi guarda con quegli occhi da macellaio al banco dei salumi, del tipo: “Desidera ancora qualcosa?”

– Allora, io vado…

La signorina fa un sorriso di consenso.

Vado.

Arrivata a casa controllo data e ora. Ho un paio di giorni per curiosare in rete le “opportunità” offerte da queste macchine anti-claustrofobia. Navigo serena per un po’. Sono molto fiduciosa. C’è solo un dettaglio che mi spaventa. In un’immagine promozionale si vede una donna sdraiata. È pronta per l’esame e ha la testa bloccata in una gabbia cubica. Mi sorge il sospetto che per una risonanza alla mandibola potrei rischiare lo stesso trattamento.

Decido di affrontare comunque l’esame: mi basterà avvisare qualcuno che non ho intenzione di rinchiudere la mia faccia in un’uccelliera di gommapiuma. Di certo capiranno.

Mi presento alla ricezione dell’ospedale di Mendrisio con il sorriso.

– Buongiorno: ho un appuntamento per una risonanza magnetica, ma vorrei avvisare che sono…

– Aspetti un attimo che controllo.

– Sì.

– Ah, vedo: in fondo al corridoio a sinistra, poi vada fino a metà, ancora a sinistra, due passi e arriva all’ufficio per le etichette.

– Posso dire a loro, quindi, che sono claustrofobica?

– Certo: le faranno compilare un formulario dove potrà dire tutto quello che vuole.

Il formulario è a crocette. Non c’è la domanda che mi serve: l’aggiungo io. E già che ci sono aggiungo anche che la mia è una claustrofobia pesante tanto da essere in cura psichiatrica da otto anni. Leggeranno di sicuro. E poi dopo, lo dirò ancora a quattrocchi al medico.

Mi chiamano. È il mio turno.

– Eccomi! È lei il medico?, che avrei una cosa da dire…

– No, no, non sono il medico e qualsiasi cosa abbia da dire, in effetti, è meglio dirla a lui. Io l’accompagno solo in radiologia, poi ci saranno due miei colleghi che la prepareranno per l’esame. Il medico arriverà. Non si preoccupi. Eccoci arrivati.

Via uno, se ne presenta un altro che mi allunga una mano e mi sorride molto cordialmente (forse ha già letto la scheda e ha capito che con un po’ di gentilezza, magari…):

– Buongiorno! – mi dice stringendomi le dita e scuotendomi il braccio – Benarrivata: si prepari. Niente metalli o dentiere o altre protesi… Può tenere calze, mutande e canottiera, se ce l’ha. Ce l’ha?

– Ce l’ho.

Il loculo dove mi svesto ha già di suo qualcosa di molto claustrofobico. Cerco di non pensarci. La camicia ospedaliera è ben annodata. E ora?

– Le chiedo di pazientare ancora qualche istante.

Non ho fretta. La porta del mini spogliatoio però preferisco lasciarla socchiusa. Mi rimetto a leggere. È un buon modo per distrarsi da altri pensieri. Sono due ore che leggo. Ho iniziato mentre camminavo verso la fermata del bus. Poi ho letto sul bus. Quindi ho letto sul treno, al cambio coincidenza e poi di nuovo sul treno. Ho letto anche durante il tragitto a piedi per raggiungere «l’unico ospedale del Cantone che è attrezzato di una risonanza magnetica aperta: la soluzione per tutti i claustrofobici». Infine, ho letto nella sala d’attesa fino a quando non è arrivato un camice bianco a prendermi.

– Bene, siamo pronti: mi segua!

Lo seguo. Vorrei capire se hanno già scoperto che sono claustrofobica: a qualcuno dovrò pur dirlo, eppure non riesco a parlare. Il camice bianco è gentile, ma deciso, anche se la sua assistente mi sorride.

Due passi più avanti mi irrigidisco ancora di più: il camice bianco sistema la gabbia gommapiumata; sì, proprio quella, quella nella quale pretenderebbero che io ci infilassi la testa.
– Leggo sulla cartella che lei è un po’ claustrofobica.

Lo dice con quel tono che conosco bene. Esattamente quel tono che credevo non avrei trovato qui, nell’«unico ospedale del Cantone che offre la possibilità ai claustrofobici di farsi una risonanza». Non lo fa a posta. È l’esperienza che parla: “Eccone un’altra! Ormai dicono tutti di esserlo! Dai, poche storie, su… Non abbiamo tempo da perdere! Non fare la difficile”.

– …parecchio… la gabbia… io… no… (dico)

Quando inizio a separare i vocaboli, non è un buon segno: non riesco a non pensare alla gabbia facciale. Poi peggiora. Mi avvicino alla macchina. Osservo l’altezza dello spazio in cui sarà infilato il lettino d’acciaio: non è rotondo. È un ovale schiacciato. Largo è largo, ma che cosa me ne faccio? Il paziente non può comunque guardare di lato, deve fissare per forza il soffitto. Faccio un paio di valutazioni: il mio naso finirebbe a un paio di centimetri dalla parete superiore.
Il coperchio chiuso di una cassa da morti è di certo più distante dal suo cadavere.
Intanto i due abbelliscono la bara aggiungendo un poggia-ginocchia e un lenzuolo bianco.

– Questa (il camice bianco indica la gabbia) è necessaria: serve per tenere ferma la testa. Non possiamo farne a meno.

Ha ancora un tono professionale e autoritario. Come dovrebbe essere. Poi però intuisco un attimo di esitazione. Il camice bianco riprende quindi con le spiegazioni:

– Comunque se non dovesse farcela per tutti i venti minuti dell’esame, la tiriamo fuori: basta dirlo. Resteremo tutto il tempo in contatto audio.

Vorrei rispondere che a me bastano pochi secondi per capire se ce la posso fare o no. Ma i singoli vocaboli sono già diventati monosillabe alle quali si è aggiunta la balbuzie. Il camice bianco e l’assistente si guardano con sospetto.

– lei mi sembra davvero claustrofobica…
– s-ì,…
Lo dico di nuovo balbettando. E aggiungo:
– È m-o-lto. B-as-so.

Questa volta parla la signorina:

– è una risonanza aperta ai lati… e… proprio per questo, siccome è necessario che si crei un campo magnetico, bisogna che si restringa in altezza.

– Grandi geni! (Penso.)

Hanno cambiato atteggiamento. Ora sono entrambi più comprensivi. Lui abbassa la voce di un tono, come quando si parla agli anziani, presto mi parlerà come fossi una bambina.

– Vogliamo provare comunque? Eh? Prima di rinunciare potrebbe, ad esempio, solo sdraiarsi, così vediamo se proprio non ci riesce: facciamo un mini test, solleviamo il letto (v. bara) e la infiliamo solo un po’… se non va, fermiamo tutto subito.

Non rispondo, perché non riesco più a parlare. Credo che la mia faccia non lasci però dubbi su come io mi senta. Ciononostante acconsento. Mi siedo e poi mi sdraio sulla bara rivestita di cotone. È comoda. Vorrei riuscirci. Vorrei rilassarmi. Lasciarmi andare. Il mio corpo però si rifiuta e inizia da solo a tremare. Ogni parte trema. Mani, dita, braccia, dorso, plesso, gambe, denti, ombelico. Resisto. Il camice bianco alza di un centimetro (forse) il letto. Inizio a piangere. Cioè non io. Lei, l’altra, quella che si è impossessata di me ed è in panico già da qualche minuto anche se io stavo cercando di tenerla a bada.
Non serve che io dica nulla. Camice bianco e assistente sembrano più sotto shock di me: il loro volto è una maschera di senso di colpa. Mi dispiace molto per loro. Non lo faccio a posta. Ma è ovvio che la risonanza non potrò farla.

Mi fanno subito scendere e cercano di calmarmi:

– Ma lei è proprio totalmente claustrofobica, sa signora? Doveva dirlo a qualcuno!

Eh, sì, mi sa proprio che avrei dovuto dirlo a qualcuno.

Manuela_Mazzi Autore
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