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Migrazioni ed esclusione sociale: corsi e ricorsi storici
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Migrazioni ed esclusione sociale: corsi e ricorsi storici

by marino.damore7 Novembre 2018

Nell’epoca della globalizzazione attraverso tentativi di omologazione socioculturale, l’immigrazione è ancora un fenomeno imprevedibile, complesso, in grado di mutare la morfologia dell’esistenza antropica sul nostro pianeta. Essa rappresenta un processo attraverso cui una massa di individui è costretta ad abbandonare il territorio di appartenenza divenuto invivibile a causa di criticità quali persecuzioni politiche, religiose, o guerre, nella speranza di ottenere prospettive e condizioni di vita migliori.

L’iniziale impostazione umanitaria del paese di accoglienza abdica a favore del fatale parallelismo, alimentato da determinate parti politiche e amplificato dai mass-media, tra fenomeni migratori e criminalità tout court. Una congruenza, sociale e semantica, spesso infondata, che s’inietta prepotentemente nelle credenze di un’opinione pubblica acritica, abbandonando qualsiasi dinamica valutativa narcotizzata da venti populisti e sovranisti. Ogni generalizzazione è pericolosa e superficiale, tuttavia le problematiche che emergono, in relazione all’insediamento e al radicamento su un territorio di etnie diverse sono diverse: i bisogni primari dei migranti, la ghettizzazione, le differenze culturali, il deficitario inserimento sociale e tra queste, non ultima per importanza, è da segnalare la presenza di una potenziale minaccia terroristica.

Bauman sosteneva che legare la questione migratoria con la sicurezza nazionale, subordinando la prima alla seconda e soprattutto fondendole nell’esperienza come nel linguaggio, significava aiutare i terroristi a raggiungere i loro obiettivi. Tutto ciò avviene secondo la logica della profezia che si auto-avvera: esacerbare i sentimenti anti-islamici in Europa fa sì che siano gli stessi attori: europei e cittadini musulmani a convincersi dell’esistenza di un gap, culturale, storico e sociale, incolmabile tra loro (Eco, 1964), catalizzando un conflitto legato alla concezione di una guerra tra due modi di vivere inconciliabili, tra la sola vera fede e un insieme confuso di false credenze. In questo modo si neutralizza la comunicazione trans-culturale e l’interazione autentica tra etnie e religioni, riducendo al minimo anche la possibilità di un incontro diretto, del face to face con l’altro, di una reciproca e fattuale comprensione. la stigmatizzazione di intere compagini sociali in base a caratteristiche ritenute fortemente identitarie che li rendono diversi. Ne consegue l’alienazione forzata di individui percepiti come anomali, isolati dal corpus comunitario a cui vorrebbero aderire, ma dal quale sono stati ostracizzati, isolati, perché costretti ad accettare il verdetto, condiviso e potenzialmente unanime, riguardo la loro eterodiretta inferiorità. Uno stigma che alimenta l’odio e il conflitto.  Ma la storia ha, come ci ricorda Vico, i suoi ricorsi.

Nel 4° secolo d.C.  i Goti, una popolazione barbara stanziata in Europa orientale, furono costretti ad abbandonare la loro terra sotto la minaccia degli Unni, il loro arrivo portò sangue e distruzione, decimando il popolo gotico. I superstiti decisero di fuggire, elemento, questo, che attraverso un secolare parallelismo storico, li lega ai migranti odierni. I Goti scelsero la Tracia, come territorio di adozione e possibile accoglienza, chiedendo l’autorizzazione all’impero romano per insediarsi in quella terra fertile in cui il Danubio fungeva da argine naturale contro le imprevedibili invasioni nemiche. In cambio della concessione essi si sottomisero alle leggi dell’impero, offrirono il loro aiuto militare e abbracciarono il nascente cristianesimo, divenuto religione di stato pur di assicurarsi una prospettiva di vita serena. In questo scenario l’iniziale e strategico processo d’inclusione che caratterizzava la politica romana appoggiò la soluzione, obbedendo soprattutto ad esigenze di convivenza e monitoraggio che neutralizzassero potenziali minacce ai confini.

Gli accordi che vedevano i Goti come una nuova componente del popolo multietnico dell’impero saltarono a causa della cattiva gestione di alcuni militari che vanificarono la rete di supporto a quella migrazione speculando economicamente sulle provviste, arricchendosi con il mercato nero delle medesime, abusando e riducendo alla fame i Goti, costretti a vendere i figli come schiavi per sopravvivere. L’ostilità e il risentimento dei Goti erano destinati a diventare elementi catalizzatori di una violenza terribile che esplose il 9 agosto del 378 e sterminò gli eserciti romani che gestivano quell’integrazione agognata ma mai raggiunta, un fallimento che agì da primo elemento destabilizzante e segnale della decadenza dell’impero. Inclusione o rifiuto? La prima, ovviamente monitorata attentamente, rappresenta la strada da percorrere, la colpevolizzazione dell’altro, alla luce dei recenti fatti di cronaca, va valutata sempre sotto l’egida della responsabilità legale e mai da quella dell’etnicizzazione del crimine, pena la ricaduta in pericolosi passati che la storia ci consegna come eredità da rispettare.

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