Psichiatria
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DALLA PAURA ALL’ANSIA DI VIVERE
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DALLA PAURA ALL’ANSIA DI VIVERE

by admin21 Dicembre 2018

Una morsa sul petto, stretta e soffocante, un vortice incontrollabile, che paralizza e rende impotenti, una nebbia che disorienta, toglie sicurezze e punti di riferimento: in qualsiasi modo la si definisca l’ansia è esperienza sgradevole per tutti e devastante per chi deve conviverci a lungo.

Gli stati ansiosi sono in grande aumento. Proprio questa considerazione ci rimanda inevitabilmente a interrogarci sul nostro stile di vita. Per capire l’ansia occorre però, almeno inizialmente, comprendere una reazione fisiologica primitiva, la paura.

La paura è una reazione automatica seguente a un evento scatenante tale da mettere in pericolo l’individuo. Questa forte emozione provoca, attraverso sostanze come l’adrenalina, una serie di conseguenze da noi non controllabili. È l’attivazione del sistema nervoso autonomo, che aumenta le funzioni cardiache e respiratorie e che porta a concentrare la circolazione sanguigna negli arti a scapito per esempio di organi interni come l’intestino. Ciò permette di preparare il corpo al “combattimento” o alla “fuga”. Nei mammiferi questo meccanismo è così sviluppato da diventare un automatismo, permettendo il rapido riconoscimento del pericolo.  Alla gazzella scampata a un attacco di un leone, basterà pertanto già il ruggito lontano per comprendere il pericolo imminente.

La paura è compagna sgradita del nostro vivere. E questo nonostante abbia quindi una rilevante funzione sociale e vitale. Provarla significa non sfidare il pericolo, riuscire a prevederlo e a riconoscere i propri limiti. In termini evolutivi la paura permette di ridurre notevolmente la possibilità di morire per imprudenza o negligenza. In gioco, parlando di evoluzione, c’è l’estinzione della specie. Se l’uomo delle caverne non avesse provato paura, probabilmente il genere umano si sarebbe estinto.

L’uomo però è sempre meno avvezzo a queste emozioni primitive. Cerca sempre più di eliminarle, di esserne risparmiato e di risparmiarle ai suoi figli. È come se avesse cercato un modo per vivere in sicurezza, riducendo ogni possibile rischio. Nessun cucciolo nel mondo animale vive così sicuro, protetto, e tanto a lungo, come quello dell’uomo. La tendenza nel mondo occidentale sembra essere quella di creare per i propri bimbi un ambiente sempre più ovattato ed esclusivo. Legittimo, anche condivisibile, ma non è per questo privo di conseguenze.

Eliminare la paura non è possibile, cercare di eliminarla può anzi anche essere controproducente. Non averla conosciuta può rendere incapaci ad affrontarla o anche portare a sentirsi onnipotenti, fino a ricercare sensazioni forti che la possano ricreare artificiosamente, con la convinzione per altro di riuscire a dominarla, attraverso condotte pericolose e irresponsabili.

Anche per questo bisognerebbe fin da piccoli capire l’importanza di non aver paura di provare paura. La paura non fa male, a patto che abbia un inizio, per forza improvviso, ma anche una fine rapida. È invece chiaro che vivere o addirittura crescere nella paura costante può essere devastante a causa dell’attivazione continua del sistema nervoso autonomo.

Il riferimento all’ansia a questo punto è automatico. L’ansia è in fondo null’altro che l’anticipazione della paura, è la convinzione o forse semplicemente anche solo la remota possibilità che la paura possa improvvisamente materializzarsi. La sua funzione è di permettere all’individuo di prevenire il pericolo. Quando però diventa patologica, l’ansia è irrazionale e quella remota possibilità è solo ipotetica, mai assurda, comunque improbabile. Anche l’attacco di panico è irrazionale eppure inevitabile. E come l’ansia si autoalimenta. Chi ne ha sofferto e ha provato l’inconfondibile sensazione di morte imminente, il respiro affannoso, le palpitazioni, il disorientamento, sa che la paura per l’imminenza di un nuovo attacco è compagna costante. Già questo è il presupposto per una nuova crisi.

L’ansia e il panico sembrano essere prerogative del nostro mondo. Studi clinici mostrano che i livelli di ansia delle persone sono in costante aumento e che la gente pensa al mondo come a un luogo molto più insicuro e temibile rispetto al passato.

L’uomo delle caverne conosceva bene la paura, alleata per la sopravvivenza, ma probabilmente non conosceva né ansia patologica, né panico, che anzi avrebbero messo in grave rischio la sua stessa esistenza. L’uomo moderno ha estremizzato il sapere e la conoscenza per avere un controllo sempre maggiore e quindi anche per allontanare le paure. L’informazione è divenuta sempre più capillare e assordante, si sa tutto di tutti, attraverso i media si può condividere almeno per un attimo il dolore di chi mai si conoscerà, internet è una porta sul mondo che amplia a dismisura la conoscenza individuale. Forse anche in questo si può ricercare l’instaurarsi dell’ansia. Attraverso l’automatismo che permette alla gazzella di riconoscere il ruggito del leone, l’uomo costruisce un ampio bagaglio di segnali di pericolo, nemmeno basati su esperienza diretta di paura, tale da potersi facilmente trasformare in ansia. L’aumento del controllo, la ricerca estrema di una conoscenza più ampia possibile con l’obiettivo di raggiungere sicurezza e tranquillità, sembra aver prodotto per molte persone l’effetto contrario.

L’ansia ha perso le peculiarità positive della paura. Se la paura crea le condizioni per reagire, l’ansia può bloccare, impedendo qualsiasi attività. Gli stati d’ansia penalizzano la vita prima ancora di trovarsi davvero confrontati con la vita vissuta e le sue paure.

Non curare questa condizione, divenuta vera e propria patologia, è poco lungimirante. È uno stato foriero di complicazioni e problemi sia da un punto di vista psicologico, l’individuo deve viepiù limitare la propria vita, che organico, la continua iperattività dell’adrenalina può avere ripercussioni in particolare sul sistema cardiocircolatorio e gastrointestinale.

La terapia dell’ansia racchiude molto dei malintesi del nostro tempo. La Svizzera ha probabilmente il triste primato di abuso di farmaci, quasi esclusivamente analgesici e ansiolitici, cioè medicamenti sintomatici, che trattano il sintomo, ma che non sono curativi. Hanno però il pregio di rispondere alla dinamica del tutto-subito molto cara al nostro mondo. L’uso degli ansiolitici è utile in situazione di grave ansia, ma non è il modo migliore per curarla. Sono utilizzati con troppa facilità anche per stati ansiosi piuttosto blandi, non sono curativi e creano dipendenza. La somministrazione di farmaci può essere utile, meglio prediligere quelli curativi, come ad esempio gli antidepressivi, ma non è centrale nella cura dell’ansia. Attraverso un percorso psicoterapico è invece possibile ricercare e affrontare le cause su cui poggia lo stato ansioso, ricostruire i vissuti che lo alimentano e costruire esperienze correttive per permettere di elaborare nuove dinamiche.

Curare ciò che fa star male è lecito e necessario, altrettanto lo sarebbe però imparare a convivere con la paura, affrontarla, elaborarla in modo da riuscire a non sostituirla in ansia di vivere.

Photo by Riccardo Mion

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